Studio Farnese – Roma, marzo – aprile 1971


Nell’ottobre del 1966, nel corso delle Giornate di Musica Contemporanea organizzate alla biennale di Cordoba, ho conosciuto il compositore americano Earle Brown; siamo diventati amici, e discutendo della sua musica aleatoria, ho sentito che inconsciamente, nella mia opera, stavo perseguendo dei fini simili.

Da quel momento ho incominciato a valorizzare la possibilità come un elemento importante, anche quando si ha l’opzione di utilizzarla o no. Dal 1967, ho incominciato a creare degli elementi modulari luminosi (agenti ipotetici di luce) fabbricati industrialmente e che era possibile collocare e combinare in tutto lo spazio abitabile: pavimenti, pareti, tetti.

In seguito ho aggregato elementi tridimensionali trasparenti con colori applicabili ai moduli anteriori, che permettevano maggiori combinazioni e che introducevano inoltre delle scelte più affettive in ciascuna casa grazie alla selezione del colore. Da quel momento sino ad ora, le mie trasparenze sono intercambiabili sia in se stesse che nel loro insieme.

Anche l’esercizio dell’architettura prospettica sulla quale abbiamo conservato ampliamente con l’architetto Alberto Goldarg e con Avel Martini e Roberto Lago, entra in questa tessitura.

E’ un architettura di accrescimento modulare, i cui segnali cromatici permettono che dall’esterno si possa vivere la circostanza sociale interna.

Nel 1968 ho iniziato ad interessarmi alla cibernetica, sopratutto per le possibilità che essa da al mio tipo di ricerca: capacità di eleggere e combinare.

In questa esposizione ci sono alcune esperienze disegnate graficamente dalla calcolatrice in base al modulo che sto usando negli ultimi tempi.

Credo sia ovvio aggiungere che questa esposizione è fondamentale un’attitudine, un processo che deve essere sviluppato fino alle sue ultime conseguenze solo di fronte a una tesi concreta: l’utente.


Tanto è vero che ancora più interessanti delle colonne in perspex, dei modelli e progetti per edifici strutturati secondo un’ordinata crescita modulare, sono da leggere con attenzione le litografie cibernetiche che prospettano le proliferanti variazioni sopra un modulo. E’ noto infatti che i moderni elaboratori elettronici, su preciso programma, possono produrre e fornire non solo i calcoli che interessano più propriamente la scienze delle costruzioni, ma anche quelle forme-base sulle quali l’architetto può intervenire con tempestive modifiche.

Sandra Orienti, Le sculture nell’ambiente in sui si vive, Il Popolo, 12 marzo 1971


 

romberg
variazione sopra un modulo, litografia cibernetica – 1969
romberg-1
colonne modulari (perspex e luce) h. 250 cm – 1968

Osvaldo Romberg nasce a Buenos Aires nel 1938 si forma come architetto presso l’Università di Buenos Aires. I suoi primi lavori sono parte della disciplina di incisione. Viaggia spesso per esporre negli Stati Uniti relazionandosi con il New York Graphic Workshop fondata da Luis Camnitzer, Liliana Porter e José Guillermo Castillo. Partecipa alle esposizioni internazionali Estructuras primarias II (1967), Premio Braque (1967 y 1968), Materiales, nuevas técnicas, nuevas expresiones (1968), e al Salón Nacional de Artes Plásticas (1968), dove ottiene il Gran Premio Nacional di Grabado. Quell’anno, Jorge Glusberg organizza una mostra delle sue opere nella galleria Gomme. Nel 1969 partecipa alle esperienze del Torcuato Di Tella Institute. Poi insegna presso l’Università Nazionale di Tucuman, dove il suo lavoro è spostato dalle tecniche di incisione per formare la produzione tridimensionale, tra cui l’esecuzione di esperienze simili alla Land Art. Nel 1973 lascia l’Argentina e si trasferisce in Israele, Philadelphia e Brasile, dove sviluppa una lunga carriera di artista, curatore, ricercatore e docente. Attualmente risiede negli Stati Uniti e Israele, dove svolge una attività curatoriale e universitaria. E’ un consulente della University of Pennsylvania, Slought Fondazione curatore e direttore di Ha Birra Media Center Beersheba, Israele.

 

FullSizeRender (46)