Le costruzioni luminose della Levi Montalcini sono oggetti programmati e, come tali, si presentano sotto il segno dell’ambiguità. Sono costruiti, fatti, e nello stesso tempo si presentano come puri processi, che crescono spontaneamente su se stessi, in quanto racchiudono in sé la regola del loro libero e imprevisto divenire.

Filippo Menna – introduzione alla mostra “Paola Levi Montalcini – Paolo Portoghesi e Vittorio Gigliotti”, presso lo Studio Farnese a Roma nel dicembre 1969.


E’ la sensibilità verso la luce come fatto dinamico, come fonte diretta di vita, come principio organico, interpretata sempre nelle sue qualità analogiche a quelle del suono che si ritrova pure specializzata nelle opere dell’artista. I suoi elementi cilindrici speculari percorsi internamente e all’esterno, in una pulsazione continua, dalla luce che si fa colore, sale, ricade, rimbalza, si concentra in punti di luce, si addensa e si espande in raggi come provocata spontaneamente, per propagazione o induzione, da nuclei generatori, quasi cuori incandescenti, dai quali si ripercuote lungo i canali multipli, come una linfa, creano, appunto in analogia col suono, una sorta di risultante di frequenze di luce. L’artista cerca nel movimento della luce sui suoi oggetti, il silenzio assoluto, a non turbare, con interventi dissonanti, uno svolgimento armonico ed euritmico.

Non si tratta, è evidente, di oggetti cinetici; è soltanto la luce che si espande in un ritmo organico e percuote trapassandoli come in un fremito vitale gli oggetti immoti, intenti in una loro statica condizione di grazie contemplativa.

Sono un po’ queste opere come grandi concrezioni geologiche cristalline che il fulmine accecante colpisce e scuote rubandone barbagli, trasformando in materia organica, vivente, liquida, la loro raggelata durezza inorganica, bruciando, nell’attimo esistenziale, una plurimillenaria impassibilità intangibile.

Ed è, anche questa, di Paola Levi Montalcini un’operazione sconvolgente che si propone di dimostrare l’analogia tra il programma organico proprio delle leggi della natura il programma progettuale (in questo senso architettonico) dell’attuale esperienza artistica che in quanto tale non può non rendere per l’uomo, l’equivalente analogico del macrocosmo, restituito come fatto di coscienza e di consapevolezza che i rischi continui di una progressiva alienazione minacciata dalla crescente meccanizzazione della vita umana, possono essere superati soltanto se la meccanizzazione tecnologica si riesce a spostare sul piano della utilizzazione a livello creativo, della sua capacità di trasformazione ‘organica’ della natura; soltanto dunque nella misura in cui l’uomo riuscirà a ritrovare anche a mezzo della tecnologia stessa la propria libertà di immaginazione e di fantasia.

Lara Vinca Masini – introduzione alla mostra “Paola Levi Montalcini – Paolo Portoghesi e Vittorio Gigliotti”, presso lo Studio Farnese a Roma nel dicembre 1969.

 

MONTALCINI STALAMMITI LUMINOSE

 

ricerche e archivio Federico Alfani per Studio Farnese – Roma