Studio Farnese – Roma, ottobre – novembre 1970

mostra a cura di Lara-Vinca Masini


 

pf-invito-1970

L’interesse del lavoro di Piero Fogliati ha indubbiamente una doppia polarità: si origina e si articola su componenti scietifico-tecniche, con una versatilità e una passione specifiche, con una versatilità e una passione specifiche, ma ne volge le resultanti a fini, sempre, estetici, di tipo estetico-visuale o, per includere, in questo secondo canale anche le sue ricerche su i suon, a fini, se così si può dire, di sonorizzazione estetica.

Così di fronte alle realizzazioni di Fogliati sia il critico d’arte che il critico musicale, sia, credo, lo scienziato, non potranno non avvertire il senso della prorpia impotenza a coglierne, in tutta la estensione, il significato. Il critico non può non riconoscere che questi lavori, al di là del risultato estetico immediato, avvincente, quasi magico, hanno la possibilità di una destinazione, di una applicazione anche a scopi pratico-scientifici, che gli sfugge, che egli non può non abbracciare nella sua totalità. Mentre, probabilmente, lo scienziato avvertirà che il senso di queste ricerche trascende il fatto scientifico – che talvolta, in se stesso, rispetto al grado di specializzazione della tecnologia avanzata, è, anche, abbastanza elementare o, almeno, perseguito con mezzi quasi rudimentali – avvertià, dunque, l’intenzione del tutto scevra di scopi direttamente pratici di queste ricerche, se non in senso quasi ludico, e potrà restarne sconcertato; chissà forse, anche irritato.

Così le sue fotostrutture cinetiche a definizione tridimensionale del fascio luminoso, hanno come protagonista essenziale la luce in movimento. Gia Moholy Nagy, al quale, in effetti, si rifa sopratutto questa ricerca di Fogliati, aveva tentato, a suo tempo, la visualizzazione concreta della luce, attraverso un medium, il fumo. Ma in questa concretizzazione plastica della luce Fogliati, la luce stessa risulta come un elemento compatto, solido tangibile, quasi fine a se stesso. Anche il suo rivelatore cromatico cinetico ha come protagonista la luce; non si tratta, però, di stroboscopia (si pensi alle ricerche del gruppo MID di qualche anno fa), ma di una variazione del principio usato per atre fotostrutture.

Ho parlato altrove di Fogliati come in un inventore del senso illuministico della parola, per il suo entusiasmo nella ricerca, per sua inesausta attivazione della fantasia, per la curiosità sempre desta, per qual tanto di freschezza e di ingenuità che sta al fondo della sua acuta, divertita, fervida, intelligenza da “encyclopediste”. Sono da leggere, a mio avviso, anche le sue ricerche sui suini e in maniera, particolare, i suoi straordinari progetti per ambiente-strumento, per la sonorizzazione dei venti artificiali, per il boomerang acustico e paesistico, sul filo dell’utopia (con un legame diretto al filone utopico dell’architettura – il solo, oggi, in cui si possa concretizzare l’idea della città di domani; utopia quindi, in quanto il sistema attuale rifiuta all’intellettuale e all’artista, e all’uomo consapevole della propria condizione, ogni possibilità di realizzazione di una nuova realtà sociale – i progetti per edifici correttori di rumore ambiente e trasformazione dei venti, per la sonorizzazione dei laghi e dei fiumi, per decorazione dei cieli e la colorazione della pioggia.


Qui Piero Fogliati ci riserva una piacevole sorpresa. Una esposizione singolarissima, di quelle che ripagano il critico di tante, troppe mostre rimasticate. La curatrice osserva, come muovendosi alla pari in una direzione scientifico-tecnica, estetica e di sonorizzazione, Fogliati possa mettere poi in imbarazzo sia lo scienziato sia il critico, sia il musicologo. Ed ha ragione perché Fogliati non sceglie una via specifica ma è piuttosto un liberissimo inventore con un suo fondo perfino maniacale, che adopera, di volta in volta questo o quel mezzo, questa o quella ricerca: ed in ciò che egli è più vicino ad un antico alchimista che un moderno cinetico. Solo una lucida ma eccentrica intelligenza da “encyclopediste” può inventare queste macchine, questi progetti, queste opere (fotostruttura, fleximofono, congegni a vento, prismameccacnico, boomerang acustico, ambienti strumento) che ripropongono alcuni fenomeni ottici e sonori in tutta la loro riscoperta e primitiva bellezza e aprono affascinanti vie alla trasformazione del nostro spazio ambiente: vie utopistiche ma non per questo fruibili e concrete.                                                                                                                                                                          “Lorenza Trucchi Momento Sera 13 Novembre 1970”


elenco delle opere esposte:

  1. fotostrutture cinetiche a definizione tridimensionale del fascio luminoso: forma/onda variante in successioni armoniche tempo 3′ // variazioni sul nastro di Mobius tempo 12′
  2. rilevatore cromatico cinetico, fotostruttura acromatica/cromatica con scomposizione di luce bianca su corpi in movimento.
  3. autoprogramma a moto elastico di eccentrici in sospensione, a 4 eccentrici cm. 44 x 44 x 205 // a 25 eccentrici cm. 52 x 52 x 270
  4. fleximofono, complesso meccanico generatore di rumore siderodiafonico: medio cm. 55 x 55 x 200 // maggiore cm. 60 x 60 x 250
  5. anemofono, congegno fonoplastico a vento
  6. generatore idraulico di suono bianco, liquimofono a risonanza

 

fogliati-1
fotostruttura cinetica a definizione tridimensionale (Archivio Studio Farnese – Roma)
fogliati
fotostruttura cinetica a definizione tridimensionale (Archivio Studio Farnese – Roma)
fleximofono-1971-640x960
fleximofono – dim. 55 x 55 x 250 – 1971
liquimofono-1965-960x711
generatore idraulico di suono bianco – 1965